«Parlò con una lentezza che non avevo mai sentito. Come trascinando le parole in un lungo viaggio che le colmava di senso» Luis Sepulveda – La frontiera scomparsa
È un periodo nel quale leggo molto.E mentre leggo mi imbatto in parole e frasi che mi colpiscono, mi affascinano: sono potenti, carismatiche, tanto da creare un’immagine immediata, una sensazione, un’emozione. E allora perchè non appuntarsi tutte quelle parole che hanno preteso di essere lette e rilette? Preteso di essere capite, interiorizzate, visualizzate come una secchiata di fantasia sulla tela dell’immaginazione…
È un periodo nel quale le parole mi affascinano più del solito. Il suono delle parole ha sempre avuto un aspetto importante… in italiano ci sono parole terribilmente cacofoniche come la genovesissima “arbanella”, parole ormai logore e stanche di essere usate. Ma la vera alchimia sta nell’accostare poche parole per creare sentimenti… Quell’alchimia che a volte capita senza accorgersene e dipinge una sensazione: “La fame aveva divorato anche l’entusiasmo”.
È un periodo nel quale sento spesso trattare la questione delle parole… e allora per ben iniziare questa nuova area segnalo l’intervista barbarica a Erri De Luca (a cura di Daria Bignardi).
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Alessandro Baricco, Questa storia
Ma quello che bel buio delle loro campagne era solo latte nero, lì era un velo regale, tenuto su dalle luci dei lampioni e sollevato di tanto in tanto dal soffio dei fanali in corsa, occhi accesi d’automobile. Il bavero rialzato, le mani in tasca, si lasciarono andare all’ordine straziante di quella città in cui tutto era allineato, come in attesa di un rompete le righe mai arrivaato. Camminavano lenti, respirando nebbia.
Era una discesa all’inferno e basta, stupida e mortale, un assurdo giro nel culo del male. [...] Quel macello idiota era una tattica [...] dove sembrava essersi concentrata tutta la morte a disposizione..
Mi piace scrivere in questo modo, come se scrivessi un libro. è una cosa simile a ballare. Un ordine. Lo sforzo dell’eleganza. Arrotondare il movimento. Aprire e chiudere. Fare cose che finisci. Frasi..
Sono una donna felice, come lo dovrebbe qualunque donna nel riverbero di questa età luminosa..
Una stanza d’albergo, quando hai rimesso tutto via, e dietro di te c’è solo il disordine, il tuo disordine, è un’orma bellissima, ed è un peccato che a leggerla e cancellarla sinao cameriere annoiate con il cuore altrove..
Era uno di quei laghi che sembrano disegnati dalla mano di un chirurgo, come medicazioni della terra. Uno di quei laghi che nessuno sa veramente se dispensino pace o dolore. Poichè Elizaveta Seller viveva lì, fu lì che le si fermò il cuore..
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Compì 33 anni il 4 settembre 1862. Pioveva la sua vita, davanti ai suoi occhi, spettacolo quieto.
Salirono insieme il fianco della collina, fino ad arrivare in una radura dove il cielo era rigato dal volo di decine di uccelli dalle grandi ali azzurre.
- La gente di qui li guarda volare e nel loro volo legge il futuro. Disse Hara Kei.
- Quando ero un ragazzo mio padre mi portò in un posto come questo, mi mise in mano il suo arco e mi ordinò di tirare a uno di loro. Io lo feci, e un grande uccello, dalle ali azzurre, piombò a terra, come una pietra morta. Leggi il volo della tua freccia se vuoi sapere il tuo futuro, mi disse mio padre.
Volavano lenti, salendo e scendendo nel cielo, come se vollessero cancellarlo, meticolosamente, con le loro ali.
Madame Blanche non si mosse di un millimetro. Teneva le labbra socchiuse, sembravano la preistoria di un sorriso.
Quando la solitudine gli stringeva il cuore, saliva al cimitero a parlare con Hélène. Il resto del suo tempo lo consumava in una liturgia di abitudini che riuscivano a difenderlo dall’infelicità. Ogni tanto, nelle giornate di vento, scendeva fino al lago e passava ore a guardarlo, giacchè, disegnato sull’acqua gli pareva di vedere l’inspiegabile spettacolo, lieve, che era stata la sua vita.
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Ritratto in seppia, Isabelle Allende
Ognuno sceglie la tonalità con cui raccontare la propria storia; a me piacerebbe scegliere la chiarezza durevole di una stampa su platino, ma niente nel mio destino tale luminoso requisito. Vivo tra gradazioni sfumate, velati misteri, incertezze; la tonalità con cui raccontare la mia vita si accorda meglio a quella di un ritratto in seppia…
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Alzaia, Erri De Luca
Capolavori – Non riesco a vedere alcuna grandezza nella riesumazione della salma di un quaderno [...] Ci sono cassetti che non vanno più aperti, pagine da seppellire e dimenticare. E lo spreco, la perdita, dà valore al residuo, al resto sopravvisuto per grazia, distrazione, caso.
Doni -Il dono è un gentile atto di presunzione. Invade lo spazio altrui con la pretesa: sono tuo. [...] Di mio preferisco regalare vino, che è un modo di essere ricordato brevemente, a sorsi. [...] Infine per me la scrittura è un dono, che mi faccio a prezzi modici. Che possa esserlo anche per lo sconosciuto che legge, resta per me una sorpresa, mai potrò abituarmi.
Goccia e Gratis – Essere disoccupati non è solo mancanza di un reddito: è un oltraggio contro la buona volontà, gli studi, le speranze di giovani pieni di vita e di valore [...] “Chi vuol lavorare deve farlo gratis” è il nuovo estremismo della condizione giovanile.
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Delitto à la carte, Jessica Fletcher
I miei occhi presero a vagare per lo studio. La stanza era grande ma il tetto spiovente portava voa molto spazio. Martine aveva sistemato dei pannelli di compensato a mo’ di pareti, ma rimaneva dello spazio fra i pannelli e il tetto, che lei utilizzava come deposito. La stanza era un po’ più ordinata del garage sottostante, ma era ugualmente stipata di oggetti. Diversi dipinti erano appoggiati contro una parete. Su quella di fronte alcune tele sembravano in attesa di ispirazione. Un grande armadio aperto, con scaffali stracolmi di barattoli e tubetti di vernice, rotoli di spago e di nastro adesivo, era ricoperto di un arcobaleno di schizzi e macchie. In un angolo notai due ciotole per terra. Il gatto le stava annusando. A quanto pareva non ero la prima ad aver fatto amicizia con l’animale.
Mi avvicinai all’angolo in cui erano appoggiati i quadri di Martine. Alla mia destra sentii il gatto raspare dietro un pannello di compensato. I gatti sono cacciatori nati. Addomesticarli non cqambia la loro natura. Probabilmente era sulle tracce di un topo che aveva osato entrare nel suo territorio. Osservai il dipinto successivo e studiai le pennellate di verde e celeste pallido che suggerivano l’idea degli sconfinati campi di lavanda di cui abbonda la Provenza. Con la coda dell’occhio vidi il gatto colpire con la zampa un oggetto marrone e bianco. Mi voltai a guardarlo. Probabilmente aveva trovato uno degli stracci che Martine usave per asciugare i pennelli.
“Che cos’hai trovao micio?”
Il gatto aveva afferrato lo straccio con labocca e lo stava trascinando per il pavimento. Lo segii, mi chinai e raccolsi il pezzo di stoffa tirandolo. Nel farlo si srotolò facendo cadere qualcosa con un tonfo metallico. Sobbalzai, lasciandomi sfuggire un gemito. Per terra c’era un coltello dal manico nero. La lama era macchiata ma riuscii lo stesso a leggervi l’iscrizione: FABRIQUÉ POUR EMIL BETRAND.
Raccolsi il pezzo di stoffa che avvolgeva il coltello. Era una maglietta bianca. Le macchie marroni erano sangue essiccato. Si trattava dunque dell’arma del delitto? E come era arrivata fin li?
Sentii un brivido lungo la schiena. Sapevo come ci era arrivata.
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Pioggia nera (Il pleut bergère), George Simenon
Il titolo originale di “Pioggia nera” – uno dei grandi romanzi di Simenon – è “Il pleut, bergère” che allude a una filastrocca per bambini
Ero seduto per terra, vicino alla finestra a mezzaluna, in mezzo alle mie costruzioni e ai miei animaletti. Con la schiena sfioravo l’enorme tubo della stufa che veniva su dal negozio, attraversava il pavimento e, dopo aver riscaldato la stanza, scompariva nel soffitto. Era divertente: quando il fuoco non borbottava, il tubo portava il suono delle voci e potevo sentire tutto quello che dicevano di sotto.
Pioveva nero. Mia madre dice che l’espressione è mia. Sostiene perfino che jo cominciato a usarla quando ero ancora piccolissimo. [...]
La pioggia nera, comunque, rimane per me qualcosa di speciale, di intimamente legato alla nostra città normanna, alla piazza del mercato dove abitavamo, a un certo periodo dell’anno, persino a certe ore della giornata.
Non sto parlando di quelle piogge abbondanti con i goccioloni chiari che scivolano lungo i vetri della mia finestra a mezzaluna, crepitando sul davanzale di zinco e sul selciato della piazza; e non sto parlando neanche delle piogge brumose che si confondevano nel pallore invernale.
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Senza sangue, Alessandro Baricco
Nella campagna, la vecchia fattoria di Mato Rujo dimorava cieca, scolpita in nero contro la luce della sera. L’unica macchia nel profilo svuotato della pianura.
I quattro uomini arrivarono su una vecchia Mercedes. La strada era scavata e secca – strada povera di campagna. Dalla fattoria, Manuel Roca li vide.
Si avvicinò alla finestra. Prima vide la colonna di polvere alzarsi sul profilo del mais. Poi sentì il rumore dle motore. Nessuno aveva più macchine, da quelle parti. Manuel Roca lo sapeva. Vide la Mercedes spuntare lontano e scomparire dietro a un filare di querce. Poi non guardò più.
[...]
Nella campagna, la vecchia fattoria di Mato Rujo dimorava cieca, scolpita in rosso fiamma contro il buio della notte. L’unica macchia nel profilo svuotato della pianura.
Nina chiuse gli occhi. Si appiattì contro la coperta, e si rannicchiò ancora di più, tirando su le ginocchia, verso il petto. Le piaceva stare così. Sentiva la terra, fresca, sotto il fianco, a proteggerla – lei non poteva tradirla. E sentiva il proprio corpo raccolto, rigirato su sé stesso come una conchiglia – questo le piaceva – era guscio e animale, riparo di sé stessa, era tutto, era per sé stessa tutto, nulla avrebbe potuto farle del male fino a quando fosse rimasta in quella posizione – riaprì gli occhi, e pensò Non muoverti, sei felice.
[...]
Allineò i piedi fino a sentire le gambe perfettamente appaiate, le due cosce morbidamente unite, le ginocchia come due tazze in bilico una sull’altra, le caviglie separate da un nulla. Ricontrollò la simmetria della scarpe, accoppiate come in una vetrina, ma di taglio, avresti detto sdraiate, per stanchezza.
Le piaceva quell’ordine. Se sei conchiglia, è importante l’ordine. Se sei guscio e animale, tutto deve essere perfetto. L’esattezza ti salverà.
Al semaforo scattò il verde e la donna attraversò la strada. Camminava guardando per terra, perchè aveva appena smesso di piovere e nei cedimenti dell’asfalto erano rimaste delle pozze a ricordare quella pioggia improvvisa di inizio primavera. Camminava con passo elegante, misurato dalla gonna stretta di un tailleur nero. Vedeva le pozzanghere e le evitava.
Quando arrivò sul marciapiede opposto si fermò. Passava la gente, affollando il tardo pomeriggio di passi verso casa, o in libertà. Alla donna piaceva sentirsi colare la città addosso, così se ne rimase un po’ lì, in mezzo al marciapiede, inspiegabile come una donna che lì fosse stata lasciata, bruscamente, dal suo amante. Incapace di darsene ragione.




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Ce n’è una di Senza Sangue che descrive un mio pezzo di vita:
“Allora pensò che per quanto la vita sia incomprensibile, probabilmente noi l’attraversiamo con l’unico desiderio di ritornare nell’inferno che ci ha geberati, e di abitarvi al fianco di chi, una volta, da quell’inferno, ci ha salvato. Provò a chiedersi da dove provenisse quell’assurda fedeltà all’orrore, ma scoprì di non avere risposte. Capiva solo che nulla è più forte di quell’istinto a tornare dove ci hanno spezzato, e a replicare quell’istante per anni. Solo pensando che chi ci ha salvati una volta lo possa poi fare per sempre. In un lungo inferno identico a quello da cui veniamo. Ma d’improvviso clemente. E senza sangue”.